Il Bilinguismo in Alto Adige/Südtirol PARTE II
Con il cortese consenso dell’autrice abbiamo il piacere di sottoporre all’attenzione dei nostri lettori la seconda parte di un interessante studio sul “Bilinguismo in Alto Adige/Südtirol“, capitolo terzo della tesi di laurea in sociolinguistica di Elena D’Alessio / Università di Bologna, redatta dopo intensi contatti col mondo altoatesino/sud-tirolese (anche con il ”Laboratoio Athesis”) e la consultazione dei media locali (es. Dolomiten).
Stiamo pubblicando il lavoro a puntate ma, data la notevole estensione del prezioso lavoro, vorremmo pregare gli interessati di seguire con attenzione anche i primi stralci (propedeutici) dello studio della D’Alessio che costituiscono evidentemente la necessaria premessa-introduzione per la comprensione delle assai importanti conclusioni.
Capitolo terzo
3.2.1 Cenni storici
Alla fine della prima guerra mondiale il trattato di pace di Saint Germain sancì l'annessione al regno italico di una parte della contea del Tirolo: per secoli governata dal regno austro-ungarico, l'area che coincide con l'odierno Alto Adige rappresentava già allora un esempio di comunità plurietnica costituita da italofoni, germanofoni e ladini.
L'annessione della regione al territorio italiano ha sancito la nascita di un nuovo confine nazionale che separava il Tirolo settentrionale dal Tirolo meridionale e l'integrazione nello Stato di due minoranze linguistiche, la quale, intravista nella regolamentazione di un'autonomia, fu avviata dalla Deutscher Verband, allora partito di raccolta e maggioranza politica.
L'avvento del fascismo e l'instaurazione della dittatura introdussero un regime di terrore nella penisola e in Alto Adige attuarono alcune tra le più severe disposizioni: ebbero, innanzitutto, termine le iniziative di autonomia, fu revocato ogni tipo di disposizione speciale per le minoranze, fu vietato l'uso della lingua tedesca nell'ambito pubblico e privato, ne fu soppressa la stampa e si avviò l'italianizzazione forzata del Tirolo meridionale e delle minoranza.
Il valore e la diffusione della lingua trovarono un minimo riparo nelle cosiddette Katakombenschulen, scuole illegali e segrete fondate dagli ecclesiastici che tentarono di trasmettere, attraverso l'insegnamento religioso, qualche nozione di tedesco ai bambini germanofoni - da alcuni ricordate come "poche, nascoste ore di religione dopo la Santa Messa degli scolari rievocano quel triste passato" 2.
Unica tutrice interessata alle condizioni della minoranza fu, in effetti, la Chiesa; l'Austria di lì a poco sarebbe stata integrata nel Terzo Reich, il cui Fiihrer, con la mente ottenebrata dalle mire espansionistiche, non mostrava alcun interesse reale per l'area o la popolazione minoritaria3, che ben presto gli parvero solo un impiccio diplomatico da risolvere in virtù della necessaria alleanza col regime fascista.
Il provvedimento risolutorio della questione/attrito fu attuato nel 1939 e individuato nelle Opzioni, che crearono una tremenda spaccatura nella comunità. Venne invitata, sotto consiglio di Himmler, la popolazione a scegliere, entro il 31 dicembre, tra la propria "Heimat" - ovvero decidere di restare, senza alcuna garanzia o difesa delle proprie caratteristiche culturali, sotto il regime fascista mussoliniano - e la propria lingua - che equivaleva a partire per vivere sotto il regime nazionalsocialista hitleriano con cui condividere l'identità linguistica.
I cosiddetti Dableiber o non optanti, quelli che restarono, trovarono un ennesimo nemico negli optanti: al crollo del regime fascista in Italia, le truppe del Reich occuparono l'area tirolese, ai nazisti si accompagnarono anche alcuni optanti, ormai inglobati nell'ideologia nazionalsocialista che applicarono un regime di terrore anche verso i propri conterranei tirolesi, accusati e condannati per non aver optato. Alla fine della seconda guerra mondiale la popolazione tirolese, che aveva anch'essa combattuto nella Resistenza e per la liberazione, nutriva la profonda speranza di riunificazione al nuovo Stato austriaco; si trovò però, da sconfitta, nella medesima situazione dei territori che le potenze vincitrici volevano spartirsi.
Si decise, alla fine, di conservare il confine nazionale del 1919 con l'obbligo, però, da parte della Repubblica e sancito dall'Accordo di Parigi di tutelare la minoranza germanofona e le sue caratteristiche etnico-linguistiche e garantire un'autonomia governativa nella Regione.
Tuttavia, dopo l'introduzione del Primo Statuto di autonomia nel 1948, il Consiglio italiano non si mostrò particolarmente attivo o intenzionato ad attuare il piano autonomistico progettato: agiva con estrema lentezza e a volte, con indifferenza alle richieste della maggioranza politica in Regione.
Le prime proteste videro la SVP (Südtiroler Volkspartei) manifestare nel 1957 a Castel Firmiano; lo slogan "Los von Trient!" rappresentava la richiesta di un'autonomia provinciale che garantisse la possibilità di autogovernarsi e di distribuire le risorse in modo indipendente dalla Regione. In risposta all'indifferenza della Repubblica, fu richiesto l'intervento della potenza tutrice austriaca, che sottopose la questione all'attenzione internazionale.
Non fu solo la forza politica ad opporsi all'inadempienza della Repubblica in azioni in favore del diritto all'autonomia: in quegli anni frange estremiste della popolazione, che rivendicavano l'indipendenza del territorio o la secessione dall'Italia per un'annessione all'Austria, riunitesi in movimenti socio-politici, principiarono con azioni terroristiche una reale "questione interna" che lo Stato pensò di risolvere, in un primo momento, tramite l'intervento delle forze armate.
L'Assemblea delle Nazioni Unite, nel 1961, aveva nel frattempo invitato Austria e Italia a trovare un accordo effettivo ed efficace, funzionale ad una sostanziale e definitiva risoluzione che garantisse l'equilibrio internazionale e quello nazionale della Repubblica. Nello stesso periodo una commissione di esperti fu costituita per progettare un piano legislativo autonomistico in Alto Adige; che trovò realizzazione nel Secondo Statuto di autonomia, il "Pacchetto", le cui misure a partire dal 1972, furono attuate in modo graduale, secondo un preciso datario; al raggiungimento delle applicazioni l'Austria ha depositato la quietanza liberatoria (1992). ..
segue
________________________________
2 Dichiarazioni di un intervistato: bilingue, sesso maschile, classe sociale molto alta, che pur non rientrando nell'analisi dei dati (fascia d'età non in coerenza con i parametri del campione), ha voluto spontaneamente collaborare raccontando la propria esperienza.
3 La popolazione germanofona sperava di poter essere annessa al Terzo Reich e ricongiungersi così all'Austria, la propria madrepatria.
Elena Daddario
Pubblicazione in “Polis” a cura di

Carlo/Karl Berger - laboratorio Athesis